Hebron negli occhi…


Il mercato

Occhi puntati su di me. Osservato. Mi sento terribilmente osservato.
Non sono su un palcoscenico ad esibirmi, non sono circondato da lupi in un bosco.
Mi guardano. Mi fissano. Sguardi che non riconosco, che non sono abituato a reggere. Sguardi cupi, gelidi. Disagio. Ecco, sono a disagio.
Hebron. Sto percorrendo il grandissimo mercato, obbligato passaggio per arrivare alla città vecchia. Cammino con il mio gruppo. Chissà cosa stanno pensando i miei compagni di viaggio…
Se penso che Hebron prende il nome da Abramo, se penso che il significato letterale di Hebron è “amico”, no… Meglio non pensarci in questo momento. Eppure continuo a sentirmi osservato come mai nella mia vita.

Avverto una profonda diffidenza, che mi fa sentire il perfetto “non benvenuto”.
“Restate vicini, mantenete lo stesso passo!” ci raccomanda Mohammed, la nostra guida. Mohammed, un ragazzo più giovane di me che dedica la sua vita alla vita degli altri, a bambini indifesi… ma da difendere, a bambini innocenti... ma da discolpare.
“Evitate di fare foto, per ora niente foto!”.


La città vecchia


La città vecchia ha un ingresso quasi insignificante: un piccolo vicolo di una piazza. Non si può fotografare, i soldatini israeliani lo proibiscono dall’alto della loro torretta, puntando mitra con una disinvoltura agghiacciante. Poi, si entra.

Sfacelo, povertà, rovine, devastazione sono le uniche cose che percepisco, ovunque io posi il mio sguardo: case, volti, strade, baracche (forse non è il termine più appropriato… ma in questo momento non riesco ad inventare dei nomi per cose mai viste). Qui l'occupazione si tocca, si annusa, si respira, entra ed esce dai polmoni ed ogni volta lascia del marcio dentro.

Ma perché sono così disorientato? Come mai sono stato assalito improvvisamente da tutto questo sgomento? Un bel po’ di cose su Hebron e la città vecchia le avevo già viste e sentite, mi ero documentato, avevo letto, avevo chiesto... ma nulla. Dovevo venirci.
Che stupido! Come potevo pensare di aver capito qualcosa da racconti ascoltati a migliaia di chilometri di distanza? Stando qui non c’è bisogno che qualcuno parli, sono le stesse mura delle case che raccontano la storia di questa città. Anche le pietre pare che urlino le sofferenze che hanno visto e che continuano a vedere da anni, e poi la gente… che brutta sensazione. Ha ancora un’anima dentro? Si può vivere senza un’anima? Forse ad Hebron sarebbe meglio..
Ora capisco cosa intendevano dire le persone quando per descrivermi Hebron la definivano come la città fantasma, abitata dai fantasmi forse, o meglio, da gente ridotta a vivere come un fantasma.
In questo momento non posso che subire tutto ciò, mi faccio rapire da ogni cosa, da ogni particolare.
I commercianti (ma di cosa..???) ci incitano a comprare, o almeno a guardare la loro merce, addirittura pregando la nostra guida di farci entrare nel loro negozio (sempre per usare termini che già conosco). Qualcuno di noi acquista qualcosa, ma senza il solito spirito di allegra contrattazione… è tutto così surreale. Poi un odore di tabacco, quasi pungente, sempre più forte: sacchi e sacchi di tabacco, di ogni fragranza e qualità (no, forse non proprio di ogni qualità!). E poi sacchi e sacchi di sigarette rotte, “che strani questi tabacchini” continuo a pensare!! Perché vendono sigarette rotte? E’ difficile per un occidentale non trovare risposte immediate alle proprie domande. Come si possono fumare delle sigarette rotte??! Forse si sono rotte nel processo di “impacchettamento”?! Ma chi le fuma??
Si avvicina una donna vestita di nero, un’amica di Mohammed, ci racconta con un certo sgomento che questa notte sono state chiuse altre due strade e di conseguenza altre due persone non potranno più raggiungere il loro negozio! Ma come è possibile? Sono proprietari di un negozio! Cosa significa che non possono più raggiungere il loro negozio? Non capisco!
“Seguitemi, venite!”, seguiamo la donna vestita di nero, saliamo per delle scale strette, alte e completamente rovinate. Arriviamo su una specie di terrazza da dove si vedono i portoni di legno verdi (tipici della Palestina) dei due negozietti che da questo momento in poi non saranno più aperti …i loro proprietari sono stati segregati in una zona ancora più ristretta della città vecchia!! Non posso crederci, faccio fatica ad accettare che quello che sto vivendo possa essere veramente reale!
“Qui ad Hebron ci sono molti casi di incesto e di violenza sui bambini anche da parte degli stessi palestinesi”, ascolto queste parole ma… bisogna andare! Ripassando per le stesse scale mi guardo un po’ in giro, una stanza minuscola. In quanti abiteranno qui dentro? Due quadri già visti e rivisti in questi giorni: “Benvenuti, che Dio vi benedica” scritto con del filo argentato in arabo e i 100 (o 99, non ho ancora capito!) nomi di Allah.

Ed ora dove ci porterà questa donna? Ovvio, nel suo di negozio..! E già, qualcosa sarà pur rimasto nel DNA degli abitanti di una città che vanta anni e anni di un ricco commercio!
Continuiamo a camminare per queste stradine, sempre più buie. Ricordo! Ricordo i racconti della spazzatura sulla testa dei palestinesi, ricordo le fotografie, ricordo la mia difficoltà a capire come erano state scattate! Alzo lo sguardo verso il cielo! Dio (o meglio Allah) mio! Ma come è possibile? Ma come si possono ridurre persone a vivere sotto la spazzatura??! Ok Rodolfo cerca di stare calmo, mi dico, tanto sapevi già tutto…sapevi dei coloni che abitavano nei piani alti delle case palestinesi, sapevi dei loro gesti di disprezzo nei confronti degli arabi, sapevi del lancio di pietre, di bottiglie, di spazzatura, sapevi delle reti che i palestinesi sono stati costretti ad appendere per le strade per proteggersi, sapevi ogni cosa… già, non sapevo solo come ci si potesse sentire qui, dove sono ora, tra le strade di Hebron…


La moschea


Check point. L’unico check point nel cuore di una città. Quasi nessuno della città vecchia può oltrepassare queste sbarre di ferro. Mi sento un privilegiato, che strano…eppure non sto bene con me stesso. Ecco, vedo la moschea. Questa moschea è famosa soprattutto per due motivi. Oltre a custodire la tomba di Abramo e Sara, è stata teatro di una sanguinosa sparatoria nel ’94. Pare che un colono ebreo di nome Baruch Goldstein, entrò nella moschea armato ed accompagnato da altri due coloni, aprì il fuoco sui fedeli musulmani mentre recitavano la preghiera del
tramonto. Fu ammazzato dopo pochi minuti, ma avevano già perso la vita 24 arabi musulmani ed altri 100 erano stati feriti. La piazza di fronte alla moschea (che dopo poco divenne per metà sinagoga) è ora a lui dedicata. Quest’uomo ha una piazza con al centro un monumento dedicati al suo nome, ancora non riesco a crederci.

Questa è la prima volta nella mia vita che entro in una moschea, che emozione! Ora che ci penso, è la prima volta nella mia vita che entro in un luogo di culto non cristiano… l’emozione cresce! Tolgo le scarpe, guardo sorridendo le mie compagne incappucciate ed entro! Ma ci sono soldati anche qui??? Non ci posso credere! E con le scarpe (scarpe…anfibi orrendi!). Proseguo, la tomba di Abramo e di Sara sono in una stanza all’interno della moschea, mi affaccio da una finestra per guardare visto che la stanza non è accessibile e…di fronte a me altre finestre, ma sono finestre all’interno della sinagoga (ex moschea)! La finestra è protetta da un vetro anti-proiettile.. Penso sia stato messo per evitare che musulmani ed ebrei si sparino, che strano… se si sparassero i proiettili sfiorerebbero la tomba di Abramo, capostipite delle tre religioni monoteiste più importanti del mondo… assurdo… paradossale… comincio ad abbandonarmi all’idea che pur essendo occidentale non devo necessariamente capire tutto..
Giro turistico alla sinagoga, niente di emozionante…ovviamente! In questa città è difficile restare al di sopra delle parti e a non provare almeno per una frazione di secondo un odio profondo per gli oppressori, perché sono proprio degli oppressori!


Il ritorno


A questo punto non mi resta che mantenere tutte le promesse fatte ai negozianti e comincio ad acquistare merce! Da quanto tempo questa gente non vende qualcosa…? Tabacco, comprerò tantissimo tabacco! Ora tutto al contrario, checkpoint, strade con la spazzatura come tetto, gli stessi volti, gli stessi sguardi…no, in realtà non è così! Non vedo e non percepisco esattamente le stesse cose! Mi sento meno a disagio, sento delle emozioni diverse, sono più rilassato…ma che bei dolci! ne compro subito un vassoio grande! Dolci tipici palestinesi, come quelli delle bancarelle di Gerusalemme, ma qui il prezzo è almeno cinque volte più economico (non faccio fatica a capire il motivo questa volta…), che affare!
Ripassiamo dal centro, il DCI (Defense for Children International),
a salutare le persone che ci hanno dato la possibilità di visitare Hebron, e ritorniamo a Betlemme.

Hebron. Quante riflessioni ancora potrò fare in futuro sulla condizione in cui la gente di questa città è costretta a vivere, quante volte sognerò i loro volti, i loro sorrisi dopo aver venduto anche solo cento grammi di tabacco, le mani dei bambini che chiedono l’elemosina? Tante credo, proprio tante. E quante volte mi verranno i rimorsi di coscienza…? Non faccio abbastanza per questa gente…non sono riuscito a far capire in modo chiaro come si vive ad Hebron, a descrivere quello ho visto con i miei occhi… Altrettante volte.
E ancora… come farò a scontrarmi con l’indifferenza di altra gente? Cosa risponderò a chi mi guarderà con aria di sufficienza, come se mi volesse dire “Già…ma cosa possiamo fare? E’ gente sfortunata, e poi dopotutto non sai mai a che dare la colpa…lì sono tutti uguali...”. Frasi fatte, sentite e risentite, frasi da pugno nello stomaco per chi ad Hebron ci è andato ed ha visto. Ora sono anche io tra quelli.

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