COLORI NEL SILENZIO

“Our revenge will be the laughter of our children.”

La sveglia suonava, e come tutte le mattine da quando era lì, si girava dall’altra parte cercando di rubare tempo al tempo, sperando che Rodolfo la spegnesse, o nella migliore delle ipotesi non se ne curasse. Con gli occhi ancora chiusi gli scappò un sorriso, si sentiva fortunato, perché anche il suo compagno di viaggio aveva la sua stessa passione per le sveglie. Non si può certo dire che Andrea fosse mattutino, soprattutto poi se era in vacanza. Ma quella mattina Rodolfo era già in piedi, e intimandogli di alzarsi si avviò verso il bagno.

L’acqua scorreva, la sentiva attraverso le pareti di quella vecchia casa. Seduto sul suo letto con lo sguardo rivolto verso la finestra, le immagini della sera prima in televisione, gli scorrevano davanti. Sapeva che quella mattina sarebbe stata diversa.

Con gli occhi ancora spenti, camminavano in silenzio, Rodolfo quasi di corsa, Andrea fumando la prima delle tante sigarette della giornata, lo seguiva a distanza, maledicendo quella salita che secondo lui, era la responsabile del suo fiato corto. Quando furono all’altezza del cassonetto bruciato, entrambi voltarono lo sguardo verso la vallata sottostante, tra le macerie di quella, che fino a qualche giorno prima del loro arrivo, era stata una casa. “ Non lo fanno con gli aerei, gli elicotteri sono più precisi, si posizionano sopra il loro obbiettivo e poi…” Nabil tacque. Fece un gran sospiro e fissando nel vuoto aggiunse “già, più precisi…peccato che quella sera, in casa, trovarono solo la sua famiglia.”.

Finita la salita, appena svoltato l’angolo, la strada principale li accoglieva in silenzio. Rimasero ad osservarla. Il brulicare di persone, l’odore delle spezie sui banchi, i bazar aperti con i loro proprietari fuori dall’uscio che, con la scusa di un caffè, invitavano ad entrare per osservare la loro mercanzia, tutto era magicamente sparito.

Un capannello di persone davanti ad un fornaio aperto, furono le prime anime che incrociarono lungo la strada. Bisbigliavano l’un l’altro mentre aspettavano il loro turno.

L’espressione dura che avevano in viso rifletteva l’amarezza, che dalla sera precedente, era calata sulla città. Si accorsero di aver impiegato il doppio del tempo per percorrere quel tratto di strada, l’ora di pranzo era già passata, così affrettarono il passo verso il centro di Amal, l’associazione per la quale erano volontari. Fra non molto sarebbero arrivati i bambini.

Quando arrivarono, Aklham l’educatrice del centro, quasi non li salutò nemmeno. “Avete saputo cosa è successo?” Aveva la faccia sconvolta. Gli occhi neri e profondi erano ornati da due borse che il fard non riusciva a nascondere del tutto. Deve aver passato la notte in bianco, pensò Andrea.

“Si” disse Rodolfo “ Eravamo a cena da una famiglia ieri sera, e abbiamo visto le immagini alla televisione”

“Era il mossad, hanno chiuso con le macchine entrambi i lati della strada, li hanno freddati con un fuoco incrociato.” Le tremava la voce.

“I loro corpi esanimi lasciati in macchina, in modo che tutti i presenti potessero vedere. Uno di loro lo conoscevo bene. Eravamo compagni all’università.”

“Non erano terroristi, non usavano armi, facevano solo politica.” Sentenziò Nabil. che nel frattempo era entrato nella stanza. “Erano tutti e quattro esponenti di spicco in città. La gente gli voleva bene. Ora Betlemme non ha più leader. Ci fanno anche questo, sapete? Senza timoniere possono governare la barca a loro piacimento, così l’occupazione è più semplice. Mohammed Shehada lavorava in comune, era lui che cercavano quella sera, quando trovarono la sua famiglia. La scusa che usano è sempre la stessa, la sicurezza d’Israele. Non esistono indagini qui.”

In questo modo alimentano l’esasperazione e giustificano la violenza. Un copione già visto.

“Usavamo le armi quando queste erano l’unico modo di farci sentire”. La frase di Gerry Adams riecheggiava nella mente di Andrea.

La città ha dichiarato lutto per due giorni. Solo fornai e farmacie rimangono aperti. I beni primari.

“I bambini?“ Chiese quasi d’istinto Rodolfo, rivolgendosi verso Aklham.

“Ho sentito le loro famiglie per telefono questa mattina. Non tutti sono d’accordo nel mandarli, non so in quanti verranno. Ci ho riflettuto tutta notte, sono il bene più prezioso che abbiamo, credo sia giusto che il centro continui la sua attività anche in questi due giorni”. D’un tratto la luce che contrastingueva il suo sguardo tornò a brillare nei suoi occhi. Nessuno dei presenti ebbe da ridire a riguardo.

Nel mentre dalla porta aperta entrò Mohamed. La visiera ricurva del berretto gli copriva parzialmente gli occhi, timidi e dolci. Era un ragazzino di poche parole, alto e snello, il primo di quattro figli. Non amava mettersi in mostra durante le attività, e quando toccava a lui le guance si coloravano di un rosso acceso e la sua voce usciva flebile e delicata. L’entusiasmo di Rodolfo toccò l’apice quando Mohamed rispose con un sorriso che gli illuminò il volto, al suo invito ad uscire nel cortile a giocare a pallone.

Aveva un bel tiro, constatò Andrea, quando per la terza volta consecutiva non riuscì a parare il pallone calciato da Mohamed, rimanendo suo malgrado in porta.

Alla spicciolata arrivarono tutti o quasi. Jaber che fino all’estate scorsa era una vera peste, ora invece era pacato, serio, pettinato con la riga a lato sembrava un adulto che entrato per sbaglio in una centrifuga, ne era uscito ritirato, nei panni di un bambino. Al fratello invece se avessero dato il suo nome ad un uragano, nessuno avrebbe avuto nulla da obbiettare. Entrambi a scuola erano i migliori della classe.

Per la prima volta Andrea e Rodolfo, videro Marianna e la sorella con il velo sui capelli. Erano in età per portarlo, e ad entrambe donava molto, metteva in risalto i lineamenti delicati del loro viso.

Mb. nella sua tuta verde era la spalla ideale di M., il fratello di Jaber. Dato che uno non bastava.

Non tutti vivono nei campi profughi, qualcuno come Mohamed viene dalla periferia. Non che faccia poi molta differenza, almeno per le condizioni precarie in cui sono costretti a vivere. Vengono segnalati da un’assistente sociale, bambini dai sei a undici anni, musulmani e cristiani convivono insieme, per tre giorni la settimana. Si cerca di dare loro un’alternativa, dove il gioco, il disegno e altre attività comuni, sono una tregua alle tensioni di ogni giorno. L’occupazione divora il passato con le ruspe, inghiottendo il futuro dalla radice.

“I bambini chiudono gli occhi per non guardare, mentre imparano a diventare ciechi.”

Aklham Portò fuori i colori e i pennelli, che Nabil era andato a comprare per l’occasione. E’ il logista del centro. Si occupa di tutto quello che serve al suo mantenimento.

Avevano solo quelli primari, così per le altre tonalità avrebbero dovuto miscelare i colori. Quel giorno avevano deciso di finire di dipingere il muro del cortile.

Tutto era pronto. le vaschette con i colori , i tappetini in plastica trasparente appena sotto il muro per evitare che il colore sporcasse le piastrelle del cortile. Rodolfo si occupava di miscelare i colori e di versarli in un tubetto per ogni bambino, il quale intanto aveva già ricevuto il suo pennello. Mentre Andrea e Aklham davano una mano a dipingere. Le ragazze e Mohamed eseguivano diligentemente il loro compito.

L’attenzione di Andrea si rivolse su Mb. Lo vide passare il pennello sulle parti già colorate, in modo casuale, prima verticalmente, poi orizzontalmente, finchè quelle che una volta erano foglie di un albero, divennero una grossa nuvola verde. Cercò invano di indirizzarlo, ma Mb annuiva sorridendo col suo faccino rotondo, e rispondendogli qualcosa in arabo, continuava nel suo intento. Rassegnato, Andrea si strinse nelle spalle e pensò che forse, un po di astrattismo, non guastava.

M. da prima iniziò a versare quantità consistenti di colore nella vaschetta che serviva a miscelare, e dopo che Rodolfo cercò più di una volta di fargli capire che forse era un po esagerato, questi tornò con un pennello da imbianchino, che chissà come era riuscito a trovare, insistendo nel voler dipingere con quello.

Lenta e silenziosa, come la nebbia, l’esasperazione si era ormai insinuata negli occhi di Rodolfo, il quale ad un certo punto, prima di lasciarsi vincere da essa, capì. Capì che in fondo quello era il loro centro, che se c’era un modo giusto di dipingerlo, dal loro entusiasmo, era sicuro che fosse quello. Perché negarglielo? Le privazioni fanno parte della vita di ogni giorno in questa terra. Si respirano ovunque, le respira chiunque, adulti, bambini. In nessun caso sarebbe stato il responsabile di un ennesimo ordine ai loro occhi. Non era lì per quello.

Così lasciò il suo compito e prese a dipingere anche lui, mentre infinite tonalità di verde, blu e quant’altro regnavano nella vaschetta e di conseguenza sul muro.

Ad un certo punto A. decise di fotografare la scena, ma la macchina fu subito preda dei bambini che in sollucchero iniziarono a fotografarsi, riprendersi con video mentre parlavano, cantavano, M. cercava in tutti i modi di averne il monopolio, così se non scattava, era il protagonista invadente dei video. Non ci fu molta pace, neanche quando Andrea cercò di arrotolarsi una sigaretta, venne preso da dietro per la sciarpetta e tirato all’indietro da M. mentre il suo compagno Mb cercava di sfilargliela dalle mani. Una bella pubblicità contro il fumo, pensava divertito.

Alla fine della giornata tutto ciò che non si doveva sporcare lo era, e tutto che si poteva, lo era lo stesso.

Sulla via del ritorno, Andrea e Rodolfo maledicevano la loro brutta abitudine di pensare giorno per giorno, sapendo che non avendo fatto una scorta, ciò che avrebbero mangiato sarebbe stato solo pane e acqua, fatta eccezione per un vasetto di marmellata, che li avrebbe accompagnati per quei due giorni. D’altronde erano anche stati gli unici volontari, “da sempre”, ad arrivare a Betlemme senza un posto dove dormire. “ci penseremo quando arriveremo”, Così la prima notte passò accampati nei loro sacchi a pelo nel cortile del centro.

Ma non era così importante in fondo. Quel giorno per quattro ore, in un cortile, dei sorrisi innocenti avevano rotto il silenzio di Betlemme. Per quattro ore piccole mani lo avevano dipinto. Per quattro ore, forse, si erano sentiti uguali a tutti quei bambini che vivono al di là del muro.

Nessun esercito, nessuna occupazione avrebbe potuto cancellarlo.

Finchè quella luce continuerà a brillare nei loro occhi, niente è perduto.

“La nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri figli”. In quel momento, mentre rientravano a casa, Andrea e Rodolfo ne capirono a pieno il significato.

Dalla Repubblica del 12 marzo 2008:
Mohammed Shehada ucciso in Cisgiordania insieme ad altri 3 palestinesi
Indicato come l'ideatore dell'attentato del 6 marzo che costò la vita a otto giovani

Strage al collegio rabbinico
ucciso il presunto mandante

TEL AVIV - Ucciso il presunto mandante della strage al collegio rabbinico. Insieme ad altri tre palestinesi, unità speciali della polizia israeliana hanno ucciso a Betlemme Mohammed Shehada, indicato come il mandante della strage di sei giorni fa a Gerusalemme, costato la vita a otto giovani seminaristi ebrei….

La stessa sera dell'attentato le forze di sicurezza israeliane avevano circondato l'abitazione di Shehada a Betlemme, ma l'uomo - conosciuto come uno dei leader della Jihad Islamica e ricercato già da molto tempo - era riuscito fortunosamente a sottrarsi alla cattura….

bella andre

...che ricordi!

anarko | 13 Ottobre, 2008 - 12:33