Una primavera di fuoco

(pp. 333, euro 14,50) della scrittrice Sahar Khalifah
è stato da poco pubblicato in Italia dalla Giunti, il titolo originario è «Rabi’ harr» ed è stato tradotto in italiano da Leila Mattar.
Sahar Khalifah rappresenta una delle voci più autorevoli della letteratura palestinese e di lingua araba: nel 2006 ha vinto un prestigioso premio, il Naguib Mahfouz Medal for Literature, riconoscimento con cui l’American University del Cairo premia ogni anno un romanzo arabo e ne sostiene la pubblicazione in lingua inglese.
L’ opera narrativa di Sahar Khalifah è caratterizzata dall’impegno nei confronti dell’attuale, complessa situazione del popolo palestinese e dalle contraddizioni drammatiche che segnano l’esistenza degli arabi - palestinesi nei territori occupati dall’esercito israeliano.
Nata a Nablus (Cisgiordania) nel 1941, Sahar Khalifah ha scritto numerosi romanzi che l’hanno portata a divenire famosa anche fuori dai territori arabi. I romanzi “II fico d’India“ (1976) e “II girasole“ (1980) le hanno dato notorietà anche sul piano internazionale, con edizioni in lingua inglese, francese, ebraica, russa e olandese.
“La svergognata” pubblicato nel 1986 a Beirut con il titolo Mudhakkìrat imrah ghair waqi’iyah, è la sua prima opera pubblicata in Italia.
Con profonda partecipazione e senso critico, Khalifah mette in scena nei suoi romanzi tanto la vita quotidiana, quanto le forme di resistenza e di lotta della popolazione palestinese contro l’occupazione israeliana.
La centralità delle donne palestinesi nella formazione dell’identità nazionale, e il loro prezioso ruolo di custodi della memoria storica di un popolo sono gli elementi alla base di quest’ultimo romanzo
“Una primavera di fuoco”.
Alla fine del libro la scrittrice dichiara la propria riconoscenza alle donne di un quartiere della vecchia Nablus ( città che fa da sfondo alle vicende narrate) che «hanno spalancato le loro memorie come finestre» regalandole racconti «colmi di particolari e di sentimenti profondi».
Oggi vive tra Amman e Nablus, la città dove la scrittrice è nata nel 1941.
Ma Sahar Khalifah le donne palestinesi le conosce molto bene: è stata infatti proprio lei a fondare nel 1989, dopo avere conseguito negli Stati Uniti un dottorato in Women’s Studies, il primo centro
di ricerche sulla condizione femminile nei Territori Occupati.
La sua carriera letteraria era però iniziata subito dopo il 1967, con la pubblicazione di un romanzo “Non saremo più le vostre schiave” (Lan na’ud giawari lakum, 1972), considerato il primo testo
palestinese ad affrontare apertamente temi legati alla questione femminile. Un impegno sociale e politico che, di pari passo con qullo letterario, ha portato Khalifah a diventare l’autore palestinese più tradotto dopo Mahmud Darwish.

Recensione del libro

”Una primavera di fuoco“ è ambientato nel 2002 nel pieno della seconda intifada quando i Territori Occupati erano sconvolti dagli attacchi israeliani a Nablus, dall’assedio alla Muqata, residenza di
Arafat e sede dell’Autorità palestinese a Ramallah, e dalla costruzione del Muro.
In questo libro, Sahar Khalifah racconta le vicende di una famiglia che vive nel campo profughi di ‘Ein al - Murgian e, anche qui, seguendo una abituale strategia narrativa della scrittrice, i protagonisti del romanzo si ritrovano su fronti opposti. Se in “Terra di fichi d’India” i due cugini rappresentavano il conflitto tra i palestinesi della diaspora e quelli costretti a convivere con gli occupanti, in “Una primavera di fuoco” Sahar Khalifah racconta le vicende di due fratelli che simboleggiano la nuova realtà sociale della Palestina: entrambi vorrebbero trovare riscatto dall’occupazione nell’arte, Magid nella musica e Ahmad nella pittura e nella fotografia, ma si ritrovano coinvolti, forse loro malgrado,
nella resistenza. Magid, che sognava di diventare una star al pari dei cantanti egiziani, viene ferito in uno scontro a fuoco e troverà rifugio nella residenza di Arafat durante l’assedio mentre Ahmad, in
seguito a varie disavventure, conoscerà il carcere e dovrà affrontare l’occupazione. Sahar Khalifah non ritrae però in modo schematico né i protagonisti (intensi in particolare gli incontri tra Ahmad e Mira, una giovane israeliana figlia di coloni), né gli altri personaggi, resi sempre con realismo e partecipazione.
L’attenzione della scrittrice sta proprio nella descrizione delle sfumature, dei dettagli attraverso i quali riesce a dare vita a uno scenario complesso.
Complesso come il territorio palestinese che, dal punto di vista geografico, pare una camicia fatta a brandelli: “il colletto qui e la manica laggiù”, ben rappresentati dal beduino Khan Yunis e
dall’intellettuale di Ramallah, un misto di lingue arabe intercalate con termini inglesi.
Dal lato israeliano il miscuglio appare altrettanto ricco: «un colono canadese, altri che arrivano da Parigi, Roma, Londra, e poi dalla Bulgaria e dalla Romania, neri che vengono dall’Abissinia e
dall’Etiopia». Su tutti irrompe la storia: da una parte gli israeliani che occupano, o meglio rioccupano i Territori palestinesi e, dall’altra parte, l’establishment corrotto dell’Autorità e i vari gruppi più o meno armati che si contendono il potere e costringono i palestinesi a combattere una doppia occupazione, esterna e interna. Le vite di Magid e Ahmad si incrociano con quelle delle donne,
inermi di fronte a quelle ruspe che, come bestie mitologiche, sprofondano nelle viscere della terra sradicando gli ulivi e divorando ogni cosa. Alle ruspe si oppongono anche i pacifisti israeliani e stranieri, ed è chiaro l’omaggio a Rachel Corrie, la pacifista americana uccisa da un bulldozer israeliano.
Fin dai suoi primi romanzi, Sahar Khalifah persegue fermamente lo scopo di registrare con scrupolo e sincerità i diversi periodi della storia palestinese. In “Una primavera di fuoco” questa cronaca assume una connotazione estremamente realistica grazie al carattere colloquiale della parola scritta e alla misteriosa voce narrante che, forse, appartiene a uno dei personaggi della scrittrice o alle donne della vecchia Nablus. La crisi della tradizionale struttura socio - economica, il conflitto fra i sessi e le generazioni provocato dalla messa in discussione dei vecchi valori, e una costante attenzione alla difficile situazione delle donne
palestinesi nei propri difficili percorsi verso l’identità e la liberazione, fanno dell’opera letteraria di Sahar Khalifah un documento prezioso per la comprensione della «questione palestinese», e del problematico contrasto fra tradizione e modernizzazione nel mondo arabo.