Una mano per crescere

Le notizie, guarda caso, non sono belle. Tra conflitti interni, situazione economica in caduta libera, promesse di accordi agitate come specchietti per allodole, il quadro che si delinea assume toni talmente cupi da non invogliare alcun tipo di considerazione, forse meglio rassegnarsi che le cose non potranno migliorare.
Eppure qualche luce si accende sentendo i racconti dei nostri volontari che nell’estate 2007 hanno distribuito il loro tempo tra i bambini di Betlemme e Jenin, nell’arco di più di un mese.
Qualche luce si accende ascoltando Ahlam, la nostra educatrice della casa di Amal quando sottolinea le potenzialità positive che scopre nei
ragazzi incontro dopo incontro.
Il fatto che tutte le volte i volontari tornino a casa “arricchiti” dall’esperienza di relazione vissuta con i bambini palestinesi e le loro famiglie, significa che c’è ancora qualcosa su cui costruire, ci sono ancora degli elementi che aiutano ad uscire dalla monotonia dei toni cupi.Racconto solo due esempi: ricordo ancora bene
l’immagine del gruppo misto bambini - volontari che mano nella mano (per non perdersi nel suq) si dirigono verso la Basilica della Natività di Betlemme. Era verso il finire dell’estate, con
l’ultimo gruppo di giovani appena arrivato oltre il muro. Cosa c’è di meglio che scoprire Betlemme per la prima volta accompagnati dai
bambini della città?
In quel camminare mano - nella - mano non si capiva se era l’adulto a dare fiducia al bambino o il bambino palestinese che introduceva nel suo mondo il giovane europeo ai suoi primi passi in un nuovo ambiente.
Personalmente vi ho visto anche la fierezza di poter mostrare le cose belle della propria città, il sentirsi (finalmente!) protagonisti sulla loro terra. Ecco, il principio di Amal è tutto in questa immagine. Quando la relazione funziona, si da e si riceve. Ognuno è portatore di qualcosa di prezioso per l’altro.
Un altro esempio. Questa volta più articolato nel tempo. L’anno scorso la mamma di uno dei nostri bambini ci aveva comunicato molto
preoccupata che il figlio andava in giro dicendo “da grande voglio diventare un martire! ".

Ne abbiamo parlato a lungo, erano solo fantasie di un ragazzino dodicenne? Erano gli amici con cui passava il tempo al campo profughi?
Oltretutto nel gruppo del nostro progetto, nel quale era perfettamente inserito, cominciava a manifestare l’esigenza di fare altro rispetto alle attività proposte.
Qualche mese dopo questo episodio, l’educatrice Ahlam ha ideato un’attività per stimolare i ragazzi a prendere un po’ più di confidenza con la loro storia e le loro tradizioni. Così, sempre
in compagnia dei volontari, è stata organizzata un’uscita al villaggio di Artas, vicino a Betlemme, dove hanno anche incontrato un anziano che ospitandoli a casa ha descritto loro lo stile di vita contadino del passato.
Ma l’esperienza non si è conclusa qui. I ragazzi dovevano rendersi in qualche modo parte attiva della ricerca. Ecco allora che Ahlam ha pensato di portarli nella biblioteca dell’Università di Betlemme per cercare tutto ciò che si riferiva alla storia del villaggio di Artas.
Nessuno dei nostri ragazzi era mai entrato all’università.
Continuavano a guardarsi intorno con un’aria tra lo spaesato e il meravigliato, mentre uno studente ci faceva da guida.
Al termine ho chiesto: “Cosa vi ha colpito di più dell’università?”. Risposte: “C’è tanta gente, tanti giovani”. “I ragazzi possono parlare con le ragazze!” “Io da grande farò lo studente in questa università!”
A dire quest’ultima frase era proprio il nostro piccolo amico del campo profughi. Una conferma di quanto urgente sia il bisogno di orizzonti positivi per questi bambini.
Certo, i toni cupi non scompaiono, “e dopo l’università che cosa può fare un giovane palestinese?”. Il pensiero alle colonie e ai
check-points stende di nuovo tonalità grigie e inquietanti.
Ma guai a dimenticare che esistono anche degli sprazzi di colore con i quali immaginare uno scenario diverso, libero dal cinismo e dai calcoli strategici.
Anche in questo caso sono i bambini a farci da insegnanti. E a condurci per mano.