Studi Arabi e Islamistica

Così è chiamato l’Istituto di Roma nel quale sto studiando attualmente. Inutile raccontarvi quanto questo tipo di studi mi aiuti a capire ancora più in profondità l’ambiente palestinese nel
quale opera la nostra associazione. Sappiamo tutti che dire “Palestinese” non significa dire “Musulmano” e che ci sono delle minoranze cristiane che hanno dato alla cultura e storia della Palestina degli apporti molto significativi.
Tuttavia la religione musulmana è seguita dalla grande maggioranza della popolazione della West Bank e soprattutto della Striscia di Gaza, il che rende per chi si interessa di Palestina quantomeno consigliabile un livello di conoscenza dell’Islam che vada oltre la media (bassa) proposta dai nostri mezzi di informazione.
Mi vengono in mente a questo proposito i nostri volontari che prima di partire affrontano tutta una serie di questioni legate al comportamento per rispettare il più possibile le abitudini locali,
spesso di matrice etico-religiosa.
Una conoscenza del variegato mondo islamico s’impone però anche per chi in Palestina non ci andrà mai. E’ ormai evidente che la presenza
islamica soprattutto nelle grandi città richiede una presa di coscienza a livello sociale e istituzionale. Affidiamoci però alle cifre per avere un’idea delle proporzioni che non giustificano comunque certi allarmismi: i musulmani sono meno del 3% della popolazione italiana e meno del 28% di tutti i nostri immigrati.
Senza nessuna ostilità preconcetta da una parte, né facile buonismo dall’altra, si tratta dunque di “incontrare” una concezione della
vita, della persona e del mondo diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, chiedendosi se da questo “incontro” non possa anche scaturire una qualche ricchezza per la nostra crescita a livello personale e di comunità civile.
Mi limito qui ad alcune considerazioni generali, direi “di metodo”, per chi voglia affrontare l’argomento Islam senza cadere preda dei luoghi comuni. Gli approfondimenti potranno avvenire poi in altre sedi e da esperti della materia. A mio avviso occorre anzitutto la consapevolezza del proprio punto di vista. Cultura, tradizioni,
posizione rispetto alla fede, esperienze vissute…tutto questo rientra nella definizione del proprio punto di osservazione che è determinante, insegnano le regole dell’ermeneutica, nel processo del conoscere. E’ come dire che ogni autentico incontro o dialogo presuppone dal principio una certa coscienza circa la propria identità la quale, a sua volta, si arricchisce nella relazione.
Tutto questo per sgombrare il campo dall’equivoco che “multiculturalismo” significhi appiattimento delle culture e abbandono delle proprie radici per compiacere a chi mi sta di fronte.
L’islam è portatore di una forte identità e di un grande senso di appartenenza comunitaria (‘umma) nella quale si ritrovano credenti di tutte le parti del mondo. Ogni tipo di attività umana dalla religione alla politica, dall’arte al diritto trova il suo paradigma nel testo della Rivelazione coranica Occorre perciò diffidare di tutte quelle voci che descrivono l’Islam come una realtà monolitica,
magari per metterne in risalto la pericolosità o, al contrario, affermare che un dialogo è possibile sempre e comunque.
Mi pare importante piuttosto considerare l’originalità dell’Islam europeo, che ha dinamiche diverse rispetto a quello dell’Arabia Saudita o dell’Indonesia e che si innesta nel solco culturale
legato al bacino del Mediterraneo.
Allo stesso modo alcune espressioni di rinnovamento all’interno dell’universo musulmano andrebbero conosciute e valorizzate.
Un recente esempio è la lettera che 138 musulmani tra cui imam, esperti di diritto, intellettuali riconosciuti hanno inviato al Papa e ai responsabili delle Chiese cristiane in occasione della fine del mese di Ramadan.
Nel contenuto e nella forma, la lettera rappresenta una novità assoluta rispetto a tutti i documenti precedenti e apre grandi prospettive di incontro e dialogo. E anche chi - come me - ha appena
cominciato a studiare l’Islam sa che il “consenso dei saggi” può diventare fonte di diritto per un musulmano e pertanto avere efficacia vincolante.
Come quindi non essere contenti di questo gesto di apertura? Peccato che il gesto abbia ricevuto una solenne stroncatura sulle pagine di un noto quotidiano (Magdi Allam, La doppiezza e il terrore, Corriere della Sera 19 ottobre 2007).
Certo, poi va sempre riaffermato ciò che per noi rappresenta un limite invalicabile: la separazione della sfera politica dalla religiosa e il rispetto dei diritti umani e delle leggi dello Stato; ma la via di una possibile armonica convivenza, ammettendo che esista, non si trova alzando i muri e mettendosi a sparare a tutti quelli che provano ad avvicinarsi. Forse, anche in questo caso, la
Palestina insegna.