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Proiezione film "Madri"

3 Apr 2008 - 21:00
3 Apr 2008 - 23:00
Etc/GMT

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Check-point

Fino al settembre del 2006, Israele ha costruito 528 chiusure nei Territori Palestinesi. Sono 72 check-point fissi e 11 parziali (a volte sono in funzione, altre volte vengono lasciati aperti). In più: 445 strade sono state interrotte con massi, cubi di cemento, cancelli, barriere, fossati. Senza contare gli improvvisi check-point volanti che sbarrano le strade nei momenti di maggior tensione.




Code interminabili di automezzi. Persone immobili sotto al sole cocente.

Soprusi e continue violazioni dei diritti umani di uomini, donne e bambini (violenze ammesse recentemente dello stesso esercito israeliano).
La presenza dei check-point, unita al proliferare degli insediamenti colonici, rappresenta una chiara strategia di frammentazione del territorio, non solo per un maggior controllo dello stesso ma anche per ridurre al minimo qualsiasi attività commerciale e sociale del popolo palestinese.



In questo video la quotidiana odissea dei lavoratori palestinesi costretti a passare più ore in fila per poter raggiungere Gerusalemme. Per raggiungere il posto di lavoro alle otto sono costretti a svegliarsi intorno alle 3 nei vari villaggi del sud della west-bank, per poter essere al check point (da cui non si passa in auto) verso le 4, e aspettare l'apertura delle porte alle 5. Molti, che non hanno la possibilità di poter fare il minimo ritardo dormono nel lungo corridoio metallico che porta al gate, su improvvisati giacigli di cartone. La normalità, la crudezza e la scientifica organizzazione israeliana, che tratta questo sistema di apartheid come se fosse un normale funzionamento burocratico, non fanno che aumentare l'orrore per quello che si vede.
C'è bisogno di pace e di giustizia.





Altre informazioni quì.

Campi profughi

Cosa sono… Luoghi adibiti ad “ospitare” temporaneamente persone che, per vari motivi, sono state costrette a lasciare la propria abitazione: vittime di guerre e discriminazioni etniche, vittime di disastri ambientali, ecc..
I primi campi profughi palestinesi sono nati nel 1947, con la nascita dello stato di Israele. Nel corso degli anni il numero dei profughi palestinesi è cresciuto notevolmente: da 914.000 del 1950 a oltre
4,3 milioni del 2005.



Ad oggi l'agenzia UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) conta 59 campi distribuiti tra Libano, Giordania, Siria, Cisgiordania (Palestina!!) e Gaza.
Le persone che vivono nei campi profughi vengono chiamate “rifugiati”. L'URNWA definisce un rifugiato palestinese nel modo seguente: “I rifugiati palestinesi sono persone il cui normale luogo di residenza era palestinese tra il giugno 1946 e il maggio 1948, che hanno perso tanto le loro abitazioni quanto i loro mezzi di sussistenza come risultato della guerra arabo-israeliana del 1948”.

Vivere come stranieri nella propria terra, essere privati dei propri diritti, passare settimane intere senz’acqua corrente, senza luce elettrica, non avere scuole e servizi adeguati per i propri figli, essere svegliati in piena notte dalle incursioni dei militari e vessati da continui coprifuoco sono solo alcune delle condizioni disumane in cui migliaia di palestinesi sono costretti a vivere.



Le privazioni che caratterizzano la vita dei “rifugiati” non possono essere descritte sufficientemente da una fotografia, né da un racconto, che per quanto dettagliati possano essere non restituiranno mai i sentimenti e le sensazioni provate addentrandosi tra le buie e scalcinate vie di un campo profughi.




Mappe
Mappa dell'URNWA
Campi in Libano
Campi nei territori

NAJI AL-ALI

ideatore dell’Handala, nacque nel 1937 in un piccolo villaggio nell'alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade.
La sua famiglia, composta da quattro figli, oltre al padre ed alla madre, era la classica famiglia contadina che viveva della coltivazione della terra intorno all' abitazione.
Negli anni quaranta Asciagiara, subì numerosi attacchi militari da parte dei coloni per poi essere raso al suolo definitivamente nel 1948.

Città e Colonie

Le colonie israeliane sono insediamenti urbani all’interno del territorio palestinese. La questione delle colonie è soggetto di profonde controversie dovute alla grandissima disinformazione. E’ vero infatti che piccoli appezzamenti di terreno furono acquistati, fin dal secolo scorso, da facoltosi ebrei di varia provenienza, ma è anche assolutamente vero, e decisamente poco conosciuto, il fatto che da questi piccoli possedimenti la colonizzazione si sia espansa illegalmente e con l’uso della forza (con l’appoggio costante dell’esercito israeliano) in tutto il territorio palestinese.



Un altro evento che ha favorito l’espansione coloniale fu la “Guerra dei sei giorni” del 1967, al termine della quale l’esercito israeliano conquista e occupa ampie zone: il Sinai, sul fronte egiziano, Gerusalemme e parti della Cisgiordania. Durante questa occupazione infatti sorsero molti insediamenti ebraici all’interno dei territori palestinesi che si ingrandiscono a macchia d’olio.
E’ doveroso ricordare che Gerusalemme è considerata dagli israeliani la capitale dello stato di Israele, mentre per il resto del mondo è una città palestinese occupata illegalmente.
La popolazione che vive nelle colonie proviene da ogni da diversi paesi. Ebrei (e non) sono chiamati dal governo Israeliano per trasferirsi permanentemente nei territori occupati.
La maggior parte di queste persone non conosce la situazione che li attenderà ma è affascinata dalla promessa di una casa, un lavoro, facilitazioni fiscali, prestiti e varie agevolazioni.

Solitamente le colonie sono edificate in posizioni strategiche
(in cima alle colline o vicino alle fonti d’acqua) . Le colonie sono collegate tra di loro da una rete di strade “private” inaccessibili alla popolazione palestinese. Ogni insediamento è fortificato
e difeso da recinzioni inavvicinabili (non si può costruire né tantomeno camminare a meno di un chilometro di distanza).
Su quest’ultimo stratagemma è basato il meccanismo di espansione territoriale: l’insediamento si ingrandisce, la distanza minima delle abitazioni palestinesi deve (??!) essere rispettata e dunque si procede costantemente nella confisca di terreni, allo sradicando di piantagioni di ulivo, facendo scappare intere famiglie arabe dalle loro case. Se già il senso di tutto ciò è raccapricciante le modalità non sono da meno. Molta gente infatti è stata costretta ad abbandonare la propria abitazione in pochi minuti sotto la minaccia delle armi, vedendola poi crollare sotto i propri occhi.



La distribuzione di risorse naturali (acqua!!) tra i coloni occupanti e i palestinesi è assolutamente sproporzionata (5 litri di acqua pro-capite/giorno per un palestinese contro i 200 litri di un israeliano!).
Le colonie rappresentano ormai da molto tempo la strategia israeliana di appropriazione dell’intera Palestina.

Altre informazioni quì